Per anni la lottato per avere giustizia sulla 14enne arsa viva nel 1981
NAPOLI - Una donna minuta solo agli occhi distratti, immensa per la misura del dolore che ha saputo attraversare senza piegarsi. Una donna con il dolore stretto nelle mani, come si stringe qualcosa che non si può lasciare andare, perché lasciarlo cadere significherebbe tradire. Aveva il volto di sua sorella Palmina, arsa viva in casa sua e morta al Policlinico di Bari il 2 dicembre 1981. Un anno lontano, eppure sempre presente, perché certe date non invecchiano: restano conficcate nella carne. Per 44 anni Mina Martinelli, sorella di Palmina, ha portato avanti una marcia ostinata contro l’ingiustizia fino ad ottenere che la morte della sorella non fu suicidio ma omicidio. Il 27 dicembre scorso Mina è morta all’età di 59 anni a Napoli, dove si era trasferita dopo aver lasciato Fasano e aveva messo su famiglia. Una morte improvvisa, che ha lasciato attoniti tutti coloro che in questi anni avevano conosciuto questa donna minuta ma dalla forza di volontà immensa. Aveva conosciuto la morte sin da piccola, quando si è trovata di fronte alla tragedia della sorella Palmina. Quest’ultima morì a causa di ustioni gravissime su tutto il corpo. Poco prima, dal letto d’ospedale dove aveva vissuto un’agonia di 22 giorni, davanti al pubblico ministero Nicola Magrone, pronunciò con un filo di voce che ancora le restava i nomi di chi le aveva dato fuoco perché lei non aveva accettato di prostituirsi. Accadde a Fasano l’11 novembre del 1981. Palmina morì il 2 dicembre. Era riuscita comunque a trovare la forza di raccontare tutto, eppure la Cassazione dichiarò l’insussistenza del fatto, avvallando la tesi del suicidio. Ma Mina non si era mai arresa. Nell’ottobre 2012 presentò una denuncia alla Procura di Brindisi facendo riaprire l’inchiesta sulla morte della sorella. Furono analizzate la consulenza medico legale e la perizia grafologica che accertarono che la quattordicenne si coprì gli occhi con entrambe le mani mentre qualcuno appiccava il fuoco. Tre anni dopo la Procura concluse che fosse “ragionevole” ritenere che la ragazzina di Fasano fosse stata uccisa e non si fosse suicidata. Il caso fu fatto riaprire nel 2016 dalla Cassazione che decise che dovesse essere la Procura di Bari a indagare, accogliendo una questione di competenza territoriale sollevata da Stefano Chiriatti, l’avvocato che assisteva la sorella Mina. Secondo il vecchio Codice Penale in vigore fino al 1989, infatti, la competenza veniva stabilita sulla base del luogo della morte e Palmina morì a Bari. Fu così annullata, di fatto, l’ordinanza del gip di Brindisi che il 28 aprile 2015 aveva disposto l’archiviazione dell’inchiesta. A novembre 2017, la Procura di Bari aprì un fascicolo per omicidio volontario aggravato a carico di ignoti. Nel luglio scorso il gip del tribunale di Bari, Giuseppe Battista, nel decreto di archiviazione del caso, mette nero su bianco di come non si sia trattato di suicidio. Il gip "ritiene che sia da escludere con certezza ed al di là di ogni ragionevole dubbio che Palma Martinelli, per tutti Palmina, si sia suicidata. Quanto avvenuto il pomeriggio del 11 novembre 1981 in Fasano va sussunto senz'altro nell'alveo dell'omicidio". Mina aveva raggiunto il suo intento dopo una vita spesa a combattere l’indifferenza e il silenzio. Ma non si voleva fermare. Era pronta ad andare davanti alla Corte Europea dei diritti dell'uomo per chiedere conto allo Stato italiano di come sia stato possibile aspettare più di 40 anni per dire che Palmina fu uccisa. Ora è facile immaginare che le due sorelle siano unite da un grande, unico abbraccio.